domenica 13 settembre 2009

27. La prima guerra mondiale

In questo clima di tensione nazionalistica e imperialistica, ogni Stato fa in modo di mettersi nella posizione più favorevole possibile, al fine di perseguire il maggior vantaggio per sé a scapito di altri, mentre le popolazioni sottomesse intendono approfittare per formare uno Stato indipendente. Ciascuna parte in causa cerca allora, da un lato di evitare l’isolamento, dall’altro di stringere alleanze strategiche. Temendo di essere tagliate fuori dai giochi che contano, le nazioni cercano di evitare l’isolamento e stabiliscono accordi fra loro in modo da poter perseguire indisturbati i propri affari o cautelarsi in caso di eventuali attacchi da parte di Stati concorrenti. I delicati equilibri che si costituiscono non si rivelano stabili e richiedono l’impegno continuo delle diplomazie. Nessuno è disposto a cedere e tutti vorrebbero qualcosa in più. Alla fine, quasi tutte le potenze europee sono favorevoli alla guerra, dalla quale ciascuna pensa di trarre un vantaggio.
Ma, esattamente, questo vantaggio a favore di chi dovrebbe andare? Non certo a favore delle masse contadine e operaie, che costituiscono l’80% delle popolazioni, per le quali un’eventuale vittoria non aprirebbe migliori prospettive di vita, piuttosto comporterebbe il maggior sacrificio in termine di vite umane. Infatti, di norma, il ruolo della plebe in una guerra è quello di “carne da cannone”, mentre, anche dopo un trionfo militare, le condizioni esistenziali della povera gente non mutano. Il vantaggio eventuale riguarda, invece, le medie e le grandi industrie, le grosse imprese commerciali e i gruppi dell’alta finanza, che, grazie ad una politica imperialistica, possono sfruttare le materie prime dei paesi soggetti e creare nuovi mercati per i loro investimenti ed i loro prodotti. In fondo, la guerra può interessare solo a questa minoranza, ed è solo perché è impossibile fare una guerra senza popolo che gli Stati avviano campagne propagandistiche tese a sensibilizzare il popolo alla lotta, a caricarlo emotivamente, ad aizzarlo contro il nemico e, in ultima analisi, ad aumentare le probabilità di vittoria.
A ben guardare, le fiamme della guerra, che divampano in tutto il mondo, sono accese dai singoli Stati, sotto la spinta di un duplice ordine di moventi: da un lato la volontà di liberarsi dalla dominazione straniera e conseguire l’indipendenza nazionale, dall’altro il desiderio di estendere il proprio dominio sul mondo. In entrambi i casi, le decisioni non partono dal basso, non sono il frutto di una scelta popolare. Se si escludono le manifestazioni popolari in alcune città d’Italia, per il resto sono “i calcoli degli uomini di stato a determinare le decisioni” (RENOUVIN 1974: 47). In ultima istanza, sono i centri di potere economico che, attraverso il finanziamento dei partiti e dei mezzi d’informazione di massa, decidono la politica imperialistica degli Stati. Si spiega così il fatto, solo apparentemente sorprendente, che molti paesi scendono in guerra anche se la maggioranza della popolazione è sostanzialmente contraria.
Gli Stati si comportano come se fossero persone, che, consapevoli di trovarsi in un contesto altamente competitivo, cercano di porsi nelle condizioni migliori per imporsi e non essere sopraffatte. Le nazioni maggiormente motivate a combattere sono Germania e Francia (la prima punta all’egemonia in Europa, la seconda aspira ad una rivincita, dopo la cocente sconfitta del 1870) e sono esse che conducono i giochi. Nel 1882 Germania, Austria-Ungheria e Italia stringono la “Triplice alleanza” in funzione antifrancese: in caso di attacco non provocato della Francia a danno di uno di essi, le altre parti interverranno a sostegno dell’alleato aggredito. Nel 1892 la Francia risponde stipulando una convenzione militare con la Russia in funzione difensiva nei confronti di un eventuale attacco da parte della Triplice. E l’Italia? Da un lato, teme l’invadenza della Francia nella propria politica, dall’altro mira ad annettere i territori che sono ancora in mano austriaca. Nel tentativo di salvare capra e cavoli, essa stringe, allora, un accordo segreto con la Francia, impegnandosi a rimanere neutrale in caso di conflitto franco-tedesco (1902). Intanto la Gran Bretagna decide di mettersi al fianco di Francia e Russia e, tutte insieme, creano la Triplice Intesa (1907), che spacca l’Europa in due aree di influenza.
Di fronte alla crescente tensione fra gli opposti imperialismi e nazionalismi, da più parti si avverte l’esigenza di uno strumento giuridico internazionale, capace di dirimere le controversie fra Stati e allontanare lo spettro della guerra. A tale scopo, oltre quaranta governi concordano nel creare meccanismi e organi come l’arbitrato obbligatorio, la commissione internazionale d’inchiesta e la Corte permanente di giustizia (prima e seconda Conferenza dell’Aja: 1899, 1907), i quali, tuttavia, risulteranno di scarsa efficacia per il motivo che il principio dell’assoluta sovranità di ciascuno Stato rende impossibile la predisposizione di sanzioni contro gli eventuali trasgressori.
Lo scoppio delle guerre balcaniche (1912) induce molti Stati europei ad imboccare la via del riarmo e a sensibilizzare l’opinione pubblica circa il rischio di una guerra. In tutti i paesi si determinano delle correnti di pensiero, alcune favorevole, altre contrarie, altre ancora incerte o indecise, e ciascuna ha le sue buone ragioni. In Russia, sono orientati per la guerra coloro che vedono in essa un’occasione per il paese di espandersi a spese dell’Impero ottomano e acquistare prestigio internazionale. In Francia prevale l’atteggiamento di coloro che, pur contrari alla guerra con la Germania, vedono in essa una fatalità quasi ineluttabile, cui è impossibile sottrarsi. I tedeschi inclinano dalla parte dell’imperatore e ritengono necessaria la guerra contro la Russia e la Francia. La Gran Bretagna desidera certamente la pace, anche se non esiterebbe a scendere in campo qualora la Francia dovesse essere attaccata. L’Italia non ha motivi diretti per entrare in guerra e preferisce seguire lo svolgersi degli eventi, pronta a cogliere l’occasione favorevole.
L’evento che innesca la guerra è rappresentato dall’assassinio dell’erede al trono d’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando, da parte un giovane nazionalista serbo. Per l’Austria, che da tempo si sente minacciata dai nazionalismi, è un’occasione da non perdere e, nel tentativo di liberarsi definitivamente del pericolo nazionalista, dichiara guerra alla Serbia (28.7.14). La Russia non può lasciare i Balcani in balia dell’Austria e scende in campo in favore della Serbia. Schierandosi a fianco dell’Austria e contro la Russia, la Germania coglie l’occasione per dichiarare guerra anche alla Francia (1.8.14). Avanzando contro la Francia, i tedeschi invadono il Belgio, senza tener conto della sua neutralità, e ciò induce la Gran Bretagna a entrare in guerra (5.8.14). La Turchia nulla ha da temere da un’eventuale vittoria della Germania, mentre vuole impedire un eventuale successo della Russia, perciò decide di entrare in guerra a fianco dei tedeschi (2.11.14). Da parte sua, il Giappone trova vantaggiosa una guerra che, allentando la presenza europea in Oriente, gli offre l’opportunità di condurre a buon fine le sue mire espansionistiche in quell’area e, dal momento che il principale competitore è la Germania, esso si schiera coi paesi dell’Intesa (agosto 1914). Già agli inizi del 1915, Francia e Gran Bretagna, in previsione di una loro vittoria, si accordano segretamente su come spartire l’impero ottomano fra gli Stati dell’Intesa (accordi di Sykes-Picot). L’immagine che viene in mente è quella del cacciatore e della preda: non c’è alcuna logica di giustizia, nessun’etica, ma solo calcolo.
Successivamente, ciascuno con proprie ragioni, altri paesi scendono in campo: la Bulgaria (settembre 1915), l’Italia (maggio 1915), Portogallo (marzo 1916), Romania (agosto 1916), USA (aprile 1917), Cina (aprile 1917), Brasile (aprile 1917) e Grecia (ottobre 1917). A mano a mano che la guerra divampa, in ogni paese non mancano gli intellettuali, come il tedesco Thomas Mann, i francesi Charles Péguy e Guillaume Apollinaire, gli italiani Gabriele D’Annunzio, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, che decantano le magiche virtù della guerra e contribuiscono a forgiare una psicologia collettiva bellicista. Ormai la guerra è planetaria. Se qualcuno potesse osservare da un altro pianeta ciò che sta avvenendo sulla terra direbbe che gli uomini sono ammattiti.
Inizialmente l’Italia non prende partito e sta a guardare. Il 3.8.14 essa si dichiara neutrale. L’opinione pubblica è divisa fra interventisti e neutralisti. Ai primi appartengono gli irredentisti e tutti coloro che, pur con varie ragioni, vedono nel conflitto presente l’occasione per avviare l’ultima campagna risorgimentale contro l’Austria per la liberazione di Trento e Trieste, i nazionalisti, che considerano la guerra un bene per l’Italia, un’opportunità da non perdere per entrare nel novero delle grandi nazioni, e Mussolini, che dice sì alla guerra dopo un primo momento in cui si era dichiarato neutrale. Neutralisti sono invece i socialisti, che vedono nella guerra l’espressione degli interessi delle classi borghesi e quei cattolici che fanno propria la posizione di Benedetto XV, secondo cui il diritto deve prevalere sulla forza e la guerra presente è solo un’”inutile strage”. Neutralista è anche l’ex presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, che si è dimesso nel marzo 1914, il quale è convinto che Trento e Trieste possano essere recuperati dall’Italia con semplici trattative diplomatiche. In questo clima i governanti si danno da fare per studiare la situazione e la migliore decisione possibile.
Per circa un mese vengono condotti negoziati sui due fronti, che portano alla seguente conclusione: se l’Italia si mantiene neutrale, otterrebbe dall’Austria-Ungheria, in caso di vittoria, il Trentino e la parte italiana della Venezia Giulia; se, invece, essa si schiera con i paesi dell’Intesa e se contribuirà fattivamente alla loro vittoria, oltre al Trentino e alla Venezia Giulia, otterrebbe l’Alto Adige, la penisola istriana, parte della Dalmazia, le isole adriatiche e parte delle colonie tedesche, in pratica le sarebbe assicurata una posizione preminente nell’Adriatico (Patto di Londra, 26.4.15 ).
Che fare? Andando contro la volontà della maggioranza degli italiani, il re e il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, che ha preso il posto di Giolitti, si impegnano ad entrare in guerra contro l’Austria-Ungheria nel giro di un mese. Il parlamento protesta e costringe Salandra alle dimissioni. In questo momento, nelle principali città d’Italia, Roma, Milano, Torino e Firenze, gruppi di facinorosi scendono nelle piazze e inneggiano alla guerra, fornendo così al re, Vittorio Emanuele III (1900-1946), il pretesto per respingere le dimissioni di Salandra. Alla fine, ciò che fa pendere il piatto della bilancia a favore dell’entrata in guerra è la volontà del re e del presidente del Consiglio, che sfruttano quelle manifestazioni di piazza inneggianti al conflitto per indurre il parlamento a cedere e a dichiarare la guerra (23.5.15). La gente comune forse non si rende nemmeno conto della gravità della situazione, ma si adegua: in fondo, c’è di mezzo l’orgoglio nazionale, il desiderio di dimostrare al mondo che gli italiani sono un grande popolo.
Nel 1914-16 anche gli Usa stanno a guardare: non possono entrare in guerra, perché l’opinione pubblica è nettamente contraria ad un conflitto, che sembra fisicamente lontano e politicamente irrilevante per gli interessi americani, perciò il governo Usa si limita a seguire con attenzione l’evolversi degli eventi. Esso però già pensa con preoccupazione alle future condizioni di pace: se vincono gli Imperi centrali, quasi certamente la Germania imporrà la sua dittatura militare sul Continente europeo e forse comincerà a pensare al dominio dell’intero pianeta; se vincono i paesi dell’Intesa, sarà la Russia ad avvantaggiarsi con conseguenze, al momento prevedibilmente meno negative e, in ogni caso, da valutare.
Il presidente americano, il democratico Thomas Woodrow Wilson (1913-21), sa che il suo paese non può evitare di scendere in guerra e, tuttavia, sa anche che sta per scadere il suo mandato e ci tiene ad essere rieletto. Egli perciò incentra la sua campagna elettorale sulla neutralità americana, e vince. Adesso che è stato riconfermato (gennaio 1917), può muoversi più liberamente e così, dopo una lunga esitazione, adducendo come motivazione la guerra sottomarina tedesca, anche gli Usa aprono le ostilità con la Germania (aprile 1917). Il loro scopo dichiarato non è quello di cercare vantaggi territoriali per sé, quanto quello di abbattere il militarismo tedesco e promuovere i princìpi della democrazia liberale nel mondo. La posizione americana è ben rappresentata nei Quattordici Punti di Wilson (8.1.1918), che illustrano il punto di vista americano su come realizzare condizioni di una pace stabile nel mondo a guerra finita. Essi prevedono: la restaurazione del Belgio, la restituzione alla Francia dell’Alsazia-Lorena, l’indipendenza della Polonia, la risoluzione delle controversie sulla base del principio di nazionalità, la libertà di navigazione, libertà di commercio e abolizione delle barriere doganali, riduzione degli armamenti, creazione di una Società generale delle nazioni, al fine di garantire l’indipendenza politica e territoriale degli Stati. Per quel che riguarda l’Italia, il punto 9 prevede la rettifica delle frontiere italiane “secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”.
Fino a tutto il 1916 domina, tra le forze belligeranti, una situazione di equilibrio e di incertezza, che, tuttavia, a partire dall’anno seguente, comincia a spostarsi a favore dei paesi dell’Intesa, nonostante la defezione della Russia che, con la pace separata di Brest-Litovsk, regala alla Germania la Polonia, la Finlandia, i paesi del Baltico e l’Ucraina. Il 24.10.1918, quando le sorti della guerra appaiono nettamente favorevoli all’Intesa, l’esercito italiano lancia un’offensiva vittoriosa contro la Duplice Monarchia austro-ungarica, che si frammenta in sette Stati, due dei quali nuovi: la Cecoslovacchia e la Polonia. Il 30.10.1918 capitola la Turchia e l’impero ottomano si dissolve. Il 9.11.1918 anche l’imperatore tedesco, Guglielmo II, considerato dall’opinione pubblica il principale responsabile della sconfitta, è costretto ad abdicare e il socialista Scheidelmann proclama la Repubblica.

27.1. Bilancio dei soldati caduti in Europa nella prima guerra mondiale
Germania 1.800.000
Russia 1.700.000
Francia 1.400.000
Impero asburgico 1.200.000
Italia 650.000

Alla fine di una guerra, che ha cancellato due Imperi (il tedesco e l’ottomano) abbattuto due grandi dinastie (l’asburgica e i Romanov) ed è costata ai paesi europei oltre otto milioni di morti, i vincitori si riuniscono a Parigi per stabilire il nuovo assetto politico del mondo e le condizioni della pace (1919-1920). Le prime operazioni concernono il Patto della Società delle Nazioni (28.6.1919), che viene sottoscritto da una quarantina di Stati, i quali si impegnano a regolare pacificamente le loro contese senza ricorrere alla guerra, salvo in caso di legittima difesa. Questo proposito, tuttavia, anche se sarà ribadito alcuni anni dopo (Patto Briand-Kellogg, 27.81928), risulterà disatteso, non solo per la defezione degli Usa, dove continuano a prevalere le correnti isolazionistiche, ma anche per la non contemplazione di un esercito internazionale e di altri validi strumenti coattivi efficaci. Poi cominciano le vere e proprie trattative di pace, che si rivelano piuttosto difficili a causa delle divergenze degli interessi degli Alleati. Il Trattato di Versailles (28.6.19) impone alla Germania condizioni dure, ma non durissime. Essa, infatti, può conservare l’unità nazionale e l’apparato industriale, mentre deve subire il disarmo: l’esercito tedesco viene ridotto a 100.000 uomini e privato di aviazione, carri armati e artiglieria pesante. In più, la Germania dovrà pagare gli ingenti danni di guerra in un arco di tempo di circa 60 anni, mentre un contingente militare d’occupazione rimarrà sul suolo germanico per 15 anni, a garanzia del rispetto del trattato: incautamente si tralascia di fissare sia l’ammontare delle riparazioni, sia la parte spettante a ciascuno degli Stati vincitori. Le colonie tedesche vengono spartite fra la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio e il Giappone, attraverso il sistema dei “mandati”. Non si tralascia di umiliare il popolo tedesco addossandogli la responsabilità morale della guerra, e ciò contribuisce a renderlo adombrato e desideroso di un pronto riscatto.
Al termine delle conferenze di pace, appaiono più numerosi quelli che sono insoddisfatti o delusi, le ombre prevalgono sulle luci e molti nodi rimangono irrisolti. La Francia chiede lo smembramento della Germania, ma non riesce a vincere l’opposizione di Gran Bretagna e Usa, che è fondata essenzialmente su questioni commerciali, e non può che manifestare la sua delusione. Anche l’Italia, che pure ha ottenuto il Trentino, l’Alto Adige, Trieste e l’Istria, rimane delusa perché Wilson, coerentemente col principio di nazionalità già enunciato nei “14 Punti”, si è opposto alle sue rivendicazioni sulla Dalmazia e su Fiume. Molti si sentono umiliati e parlano di “vittoria mutilata”. Nel settembre 1919 D’Annunzio riesce ad occupare Fiume, ma il governo italiano, che vuole rispettare le clausole del Trattato, reagisce cacciando le forze d’occupazione e rinuncia definitivamente alla Dalmazia (Trattato di Rapallo, 12.11.1920). In compenso, l’Italia otterrà dalla Turchia il riconoscimento dei diritti sulle isole del Dodecanneso (Trattato di Losanna, 24.7.1923). In ogni caso, non è la politica di grandezza che voleva. Nella regione dei Balcani, si lascia che alcune popolazioni nazionali vengano unificate in un unico “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” (23.11.1918), che diverrà “Iugoslavia” nel 1929. La Iugoslavia comprende anche la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia. Il 15% della sua popolazione complessiva è costituita da gruppi non slavi: tedeschi, albanesi, ungheresi, romeni. Si tratta di una quadro politico prevedibilmente instabile, all’interno della quale la Serbia continua a coltivare mire egemoniche. I trattati di pace lasciano irrisolte le questioni riguardanti l’area sovietica, compresi i paesi baltici e la Polonia.